Dalla lotta alla contraffazione  si possono ottenere fino a trecentomila nuovi posti di lavoro. Il fatturato del falso made in Italy solo nell’agroalimentare ha raggiunto i 60 miliardi di euro. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare positivamente i risultati ottenuti dagli oltre 79 mila controlli effettuati nell’ambito delle attività operative condotte dai quattro organismi che dipendono dal ministero delle Politiche agricole. Il settore del vino subisce gravi attacchi dalla contraffazione e a darne l’allarme è ormai anche la stampa internazionale. In un servizio speciale firmato da Denis Saverot ...

il quotidiano francese Le Monde, nell’annunciare l’acquisto da parte di un magnate cinese della storica cantina francese Chateau de Gevrey-Chambertin, ha messo in guardia i grandi paesi produttori europei, e soprattutto l’Italia, dai pericoli dell’avanzata asiatica che mira ad accaparrarsi cantine non di primo piano spacciandole per gran cru. Anche un altro giornale francese, Le Figaro, evidenzia danni e dimensioni della contraffazione dei vini ed evidenzia il paradosso che “in Cina ci sono più Lafite 1982di quanti ne vengono prodotti in Francia”.

Per tutelare i propri grandi vini alcune aziende stanno sperimentando un sistema di identificazione tramite radio frequenza (RFID), con l’inserimento di un piccolo chip elettronico nel retro etichetta della bottiglia o sulla scatola, con un numero identificativo unico che ne garantisce l’originalità. Un’azienda tedesca ha creato una app per smartphone per  inviare in tempo reale il codice della bottiglia al servizio clienti e sapere immediatamente se il vino è originale.

«Il fatto che per effetto della falsificazione vengano sottratti all’agroalimentare nazionale ben  164 milioni di euro al giorno dimostra che insieme al contrasto all’evasione fiscale, la lotta alla contraffazione e alla pirateria rappresentano per le istituzioni un’area di intervento prioritaria per recuperare risorse economiche utili al Paese e generare occupazione», ha affermato il presidente della Coldiretti, Sergio Marini. Si tratta – ha sottolineato Marini - di un crimine particolarmente odioso in tempi di crisi perché si fonda soprattutto sull'inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti di alimenti. Spesso la criminalità si avvantaggia della mancanza di trasparenza nei flussi commerciali e nell’informazione ai consumatori. In questa situazione c’è spazio per comportamenti illeciti dagli effetti gravissimi sia per la salute delle persone che per l’attività economica delle imprese. Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto messa in atto dalla Magistratura e da tutte le forze dell’ordine impegnate confermano - ha sostenuto Marini - la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie troppo larghe della legislazione a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima impiegata, voluto con una legge nazionale all’inizio dell’anno approvata all’unanimità dal parlamento italiano ma non ancora applicato per le resistenze comunitarie. La lotta alla contraffazione alimentare è considerata prioritaria dalla maggioranza dei cittadini: le frodi a tavola sono le piu’ temute da sei italiani su dieci anche i rischi che comportano per la salute, secondo una indagine Coldiretti/Swg. Al secondo posto (40 per cento) vengono quelle legate al fisco, mentre le truffe finanziarie sono lo spauracchio del 26 per cento degli italiani, seguite a stretta distanza da quelle commerciali, come la contraffazione dei marchi (25 per cento). Ai danni provocati sul mercato nazionale si aggiungono quelli sulle esportazioni agroalimentari che - ha continuato la Coldiretti - potrebbero addirittura triplicare con una radicale azione di contrasto al falso Made in Italy nel mondo. Ad essere colpiti sono i prodotti piu’ rappresentativi dell’identità alimentare: dai pomodori San Marzano coltivati in Usa al “Parma salami” del Messico, dal Parmesao del Brasile allo Spicy thai pesto statunitense, dall’olio Romulo con tanto di lupa venduto in Spagna al Chianti prodotto in California, ma anche una curiosa “mortadela” siciliana dal Brasile, un “salami calabrese” prodotto in Canada, un barbera bianco rumeno e il provolone del Wisconsin. Una concorrenza sleale nei confronti dei produttori nazionali con il rischio che, soprattutto nei Paesi emergenti come la Cina, si radichi tra i consumatori un falso Made  in Italy che - ha concluso la Coldiretti - non ha nulla a che fare con il prodotto originale e che toglie invece spazio di mercato ai prodotti autentici.