Te ne intendi di vino? Non puoi allora dire solo: “Barbera”. Perché? Lo spiega lo scrittore Mario Soldati in Vino al vino, un classico della letteratura enologica.

«In un vino, “il nome” come la grandissima maggioranza degli italiani lo intendono e lo conoscono, e cioè il semplice nome di una parola sola (per esempio, Barbera) o tutt’al più di due (Barbera di Piemonte), il semplice nome conta molto poco o quasi niente: vale, tutt’al più, come una segnalazione iniziale, come un avvertimento generico e grossolano. Badate: questo vino è dolce, è secco, è rosso, è bianco, è spumante, non lo è. Ecco cosa dice, in Italia, il nome di un vino: niente di più. Un vero nome di vino ...

dovrebbe, invece, specificare la ben limitata località di origine (Barbera di Piemonte, Portacomaro), o, meglio ancora, il podere dove sono piantati i vigneti da cui provengono le uve (Barbera di Piemonte, Portacomaro, podere di San Gillio) o, addirittura, la cantina dove si è proceduto alla vinificazione (Barbera di Piemonte, Portacomaro, podere di San Gillio, cantina Cerutti). Inoltre ogni bottiglia di vino dovrebbe portare due date: quella della vendemmia, e quella dell’imbottigliamento: Barbera di Piemonte, Portacomaro, podere di San Gillio, cantina Cerutti, vendemmia 1964, imbottigliamento 1966. Nemmeno in Francia si usa stampare sull’etichetta l’anno dell’imbottigliamento: eppure, sarebbe indispensabile: soprattutto per lo champagne, che subisce due imbottigliamenti e che un anno, al massimo due dopo il secondo, diventa imbevibile. Non parliamo neanche dell’Italia, dove siamo¸ in ogni caso, lontanissimi dall’esigere queste date e queste denominazioni. Perciò,quando sento qualcuno che domanda: “Scusi, le piace il Valpolicella?” penso fermamente che questa domanda equivarrebbe in tutto e per tutto a quest’altra: “Scusi, le piace la Emma?”.
“Ma quale Emma?”ci si affretterebbe a precisare. E se vi sentite rispondere: “Ma diamine: l’autentica Emma, qualunque ragazza dal nome di Emma! Non ditemi che non ne avete conosciuto una!” che cosa direste? Mentre all’analoga risposta: “Ma diamine: l’autentica Valpolicella, qualunque bottiglia di Valpolicella! Non ditemi che non ne avete mai provato una!” non avreste nulla da obiettare: e sbagliereste: perché la ragazza di nome Emma che, oltre essere brava e carina, possa riuscire simpatica a voi personalmente, è, lo ammetto, più rara e difficile a trovarsi ma “non poi troppo” più rara e “non poi troppo”più difficile a trovarsi di una bottiglia di Valpolicella che, oltre a essere genuina e in perfetta condizione, possa, personalmente a voi, riuscire gradevole.
In altre parole, il vino non è una entità omogenea né omogeneizzabile. Il vino è qualcosa, sempre, di vivo, di locale, di individuale. Come ebbe più volte a dichiarare M. Calvet di Bordeaux, che, in tutto il mondo vinicolo, è il più grande commerçant-éléveur anche industrializzato, “il vino in sé non può e non potrà mai essere un prodotto industriale. Vino industriale è una contraddizione in termini. Il vino è un prodotto, sempre e soltanto, artigianale”. E va bene che M. Calvet predica bene e razzola male. Ma lui è il primo industriale del vino in tutto il mondo anche perché sente la necessità assoluta di mentire, e di negarsi tale qualifica.
Industriale, tuttavia, potrebbe essere lo smercio del vino: mentre il vino dovrebbe restare rigorosamente artigianale. Quali sono, infatti, i consumatori di vino che, oggi, avrebbero tempo e voglia, e che potrebbero permettersi il lusso, di battere le piccole città di provincia, i villaggi, le frazioni, le case coloniche e la campagna, come ho fatto io lo scorso autunno, alla ricerca di vini genuini? L’optimum, per i consumatori di vino, oggi, sarebbe dunque un’organizzazione a carattere (questa sì) industriale, che attraverso una ricerca simile alla mia, scopra vini genuini, autentici, di quantità forzatamente molto limitata, e provveda ad assicurarsela, e la ridistribuisca ai consumatori garantendo loro assoluta autenticità, genuinità e perfetta conservazione entro certi limiti di tempo, limiti dichiarati vino per vino, e a patto che si adempia, vino per vino, a dichiarati accorgimenti.
I vini che rincorro attraverso l’Italia sono, dunque, eccezioni alla melanconica regola: vini tra i pochi, tra gli ultimi, che non siano soltanto “nomi” e niente di più».

MARIO SOLDATI

Vino al vino

A cura di Bruno Falcetto, introduzione di Domenico Scarpa e contributi di Stefano Ghidinelli

Oscar Mondadori

Pagg. 800, euro 15,80.

 

Mario Soldati, nato a Torino nel 1906 e morto nel 1999, è stato romanziere, saggista, regista, sceneggiatore, giornalista. In Vino al vino racconta i suoi tre viaggi compiuti attraverso l'Italia alla ricerca dei vini genuini, alcuni famosi, altri noti, altri ancora "scoperti" da lui stesso. Nell’itinerario sulla strada dei vini l’autore si sofferma sui paesaggi e descrive uomini, case, ville e castelli, incontrati nella sua  ricerca di una civiltà autentica, legata alla terra e al clima, con il vino che testimonia un rapporto ideale tra natura e cultura. (F.d'A.)