AGAZIA
detto Lo Scolastico (Myrina-Costantinopoli, 536 circa – 582)

NOI TESSEVAMO    Svinatura
Noi tessevamo, calcando di bacchici frutti un acervo,
d'un baccheggiante ritmo la cadenza.
Inesauribile mosto colava; nuotavano coppe
come barchette sopra flutti dolci;
estemporaneo liquore traendo, ciascuno beveva,
se annaffiarlo con tiepide linfe.
Lei si chino' sul tino, la bella Rodante, a quell'onda ...


diede il barbaglio della sua belta'.
Presto girarono tutte le teste, ne' c'era, fra noi,
chi non cedesse a Cipride, a Dioniso.
Poveri noi! che' ai piedi correva l'uno copioso,
l'altra illudeva di speranze e basta!


LI PO
(Cina, 701-762)

IN MEZZI AI FIORI
In mezzo ai fiori, con una coppa di vino
mi trovo a bere solo: non ho compagni.
Alzo la tazza e l'offro alla splendente luna.
Mi rivolgo all'ombra: siamo così in tre.
Poiché la luna non può bere
e l'ombra unicamente segue il mio corpo.
Alla luna m'accompagno, intanto, e all'ombra;
poiché bisogna pur godere: è primavera.
Io canto: la luna mi guarda e pare avanzi.
Io danzo: l'ombra mi si agita in disordine.
Finché in me sono, siamo buoni amici,
quando cado ubriaco, ognuno se ne va.
Una platonica amicizia stabiliamo eterna:
il prossimo incontro lassù nella Via d'Argento.

NONNO CHI
Nonno Chi,
giù all’altro mondo,
certamente distilla ancora
il suo vecchio vino.
Ma laggiù al buio,
se manca Li Po,
a chi lo venderà
il vino?

VECCHIO, TI SEI IMMERSO
Vecchio, ti sei immerso nelle
gialle sorgenti
e forse ancora distilli 1l"antica
primavera"-
Sulla Terrazza della Notte non sorge
il sole.
A chi potrai mai vendere il tuo
vino?

LA VITA NEL MONDO NON E’
La vita nel mondo non è che un lungo sognare:
col lavoro e le cure io non la voglio sciupare".
Così dicendo restai tutto il giorno ubriaco
allungato nel portico innanzi alla porta di casa.
Sveglio, sgranai gli occhi abbagliati sul prato:
un uccello cantava, solo, in mezzo ai fiori.
Mi chiesi se il giorno era stato bello o piovoso:
lo zeffiro ne parlava all’uccello mango.
Da quel canto commosso trassi un lungo sospiro
e poiché il vino c’era riempii la mia coppa.
Come un pazzo cantando attesi l’alba lunare; 
a canzone finita i miei sensi se n’erano andati.

STAVO SEDUTO A BERE
Stavo seduto a bere e non mi accorsi del buio;
finché cadenti petali mi empiron le pieghe dell’abito.
Ebbro, mi alzai; camminai verso il ruscello lunare:
gli uomini erano radi e gli uccelli non c’erano più.

IN COMPAGNIA DEL VINO
In compagnia del vino non avverto
la notte.
Di fiori caduti ho riempito
il
mantello.
Sono ubriaco, mi alzo e inseguo la luna
nel torrente-.
Tornano al nido gli uccelli e pochi son rimasti
i miei compagni.

CANZONE DI SIANG-YANG
Lontano - verdi testine di anitre lievi
galleggiano deliziose sul fiume blu.
Mi pare che somiglino al vino novello
quando comincia a fermentare nei tini.
(He, he! Se l’acqua che scorre in questo fiume 
si trasformasse ad un tratto in un buon vino...
Penso che col deposito che farebbe 
si potrebbe elevare una terrazza).

LUNGO IL FIUME CANTANDO
Di magnolia è il remo
del pepe il legno della barca.
A prua e a poppa
lo zufolo di giada e il flauto d’oro
mille moggi di dolce vino
ricolmano gli orci.
Con le ragazze di piacere
alla corrente mi abbandono
come l’Immortale che la gialla
gru cavalca libero 
o il marinaio che il gabbiano
senza frutto insegue.
Risplendono più di sole e luna
i versi di Ch’ü P’ing. 
Ma i palazzi del re di Ch’u
sono deserti mucchi di rovine.
La mia penna ebbra e gaia
scuoterà le cinque montagne.
Con i miei versi tra risa d’orgoglio
mi innalzerò sopra le acque azzurre.
Se fama e onori e beni
dureranno in eterno.
Allora il fiume Han
a nord-est piegherà il suo corso.


SHAHID
(Persia, prima metà del X secolo)

IL VINO
Quando - un grido dal cielo! –
nel cielo si rotola il tuono,
il vino t'allegra gustando,
godendo del liuto nel cuore!


SALOMON IBN GABIROL
(Spagna, circa 1021-1058)

QUANDO HO FINITO IL VINO
Quando ho finito il vino,
dai miei occhi sono usciti fiumi d’acqua.
Erano settanta eroi,
annullati da novanta ufficiali,
ho smesso di cantare, poiché la bocca degli ufficiali
era piena d’acqua.
Pane da mangiare - quale delizia! -
ma come può il cibo avere un buon sapore
quando il bicchiere è pieno d’acqua.
Il figlio di Amram (Mosè) ha prosciugato il Mar Rosso,
e ha trasformato il Nilo egiziano in una palude.
Chi fu quest’uomo, Mosè, che estrasse acqua
(dalle rocce).
Io sono amico delle rane,
amo l’acqua,
nessuno conosce meglio di me
il canto delle acque.
Egli sarà un santo eremita prima della morte,
come i discendenti di Ythro,
lui e la sua casa si trasformeranno
in una cascata d’acqua.


SOU CHE
(Cina, 1036-1101)

LEVO LA COPPA, O LUNA, E T’INVITO A BERE
Levo la coppa, o luna, e t'invito a bere,
t'auguro di non calare.
Levo la coppa e v'invito, o rami fioriti:
v'auguro di non perdere i vostri petali.
Sotto alla luna e in faccia ai fiori m'inebrio,
felicità, dolore, lasciamoli stare!
Quanti saranno a capire un incanto simile?
Col vino e i fiori; che stiamo ad aspettare?


OMAR KHAYYAM
(Persia, 1048 circa-1131)

QUARTINE

Vieni, o coppiere, e porta, pel nostro cuore
(sciogli con la bellezza tua il nostro difficil problema)
porta un'anfora di vino, che ne brindiamo insieme
prima ch'anfore facciano della nostra argilla nera.

Poiché nessuno risponde, ahimè, del domani
allieta dunque, oggi, questo triste cuore.
Vino bevi al chiaro di luna, o Luna, ché la luna
molto ancor brillerà, e noi non troverà sulla Terra.

Come il tulipano d'Aprile prendi in mano la coppa rotonda
se hai la fortuna di startene con una guancia di rosa.
Bevi vino in letizia, ché questo antico cielo crudele
d'un tratto dell'alto tuo cuore farà bassa polvere e terra.

Io nulla so, non so se Chi m'ha creato
m'ha fatto per Cielo o m'ha destinato all'Inferno.
Ma una coppa e una bella fanciulla e un liuto sul lembo del prato
per me son monete sonanti: a te la cambiale del Cielo!

Da quando la Luna e i Pianeti comparvero in cielo
nessuno vide mai cosa più dolce di purissimo Vino.
Pien di stupore son io pei venditori di vino, ché quelli
che cosa mai posson comprare migliore di quel ch'han venduto?

Dicono: ci saranno, dopo, il Paradiso e le fanciulle.
Dicono: ci saranno, laggiù, e vino e latte e miele.
Che male v'è allora se, qui, ci scegliamo vino e amanti
quando, alla fine di tutto, così sarà ancora?

Con bella fanciulla in riva al ruscello, e vino, e rose,
finché m'è concesso, godrò in pura letizia.
Finché fui, sono, e sarò in questo mondo
ho bevuto, bevo e berrò sempre del vino!

Vieni, accarezza le chiome di gentile fanciulla
Prima che il fato ti infranga le membra.
Godi una coppa di vino finché il tuo nome è sul Libro di Vita.
Il cuore domato dal vino non è preda di affanni.

Allorché recideranno il virgulto della mia vita,
Le mie parti saranno sparse lontane una dall'altra,
Se dal fango mio allora modelleranno una brocca
Fatela colma di vino e io tornerò alla vita.

Se sono sobrio la gioia mi è nascosta da un velo
Ma la mia Mente perde coscienza se bevo
C'è un attimo solo fra sobrietà e ubriachezza
Per cui tutto darei. E' quello la Vita!

Mi dice la gente: "Gli ubriachi andranno all'inferno!"
Ma son parole queste prive di senso pel cuore:
Se dunque andranno all'Inferno i bevitori e gli amanti,
Vedrai il Paradiso domani nudo come palmo di mano!


AL-MAGHRIBI
(Bagdad – Iraq, 1130-1180)

MATHNAWI
Se in questa raccolta di poesie vedrai
taverne, osti e ubriachi,
idoli e zunnar, croci e rosari,
cristiani, zoroastriani, pagani, brocche e conventi,
vino e bei fanciulli, candele e ginecei,
melodie di liuto e canti d’ubriachi,
liquori e osterie, e gli sfaccendati delle bettole,
compagni, coppieri, tavole da gioco e fervide preghiere,
il dolce suono dell’organo e del flauto il lamento,
il sabuh e le assemblee e coppe di vino una dopo l’altra,
otri e calici, e le giare del venditor di vino,
e fare a gara nel trangugiar liquori,
correre dalla moschea alla taverna
e in quel luogo rilassarsi un po’,
per un bicchier dar in pegno se stessi
al vino il corpo, e l’anima affidare,
rose, roseti, cipressi, giardini e tulipani,
e il racconto della rugiada dell’aurora;
peluria, nei, snelle figure e sopracciglia,
guance, visi, gote e lunghe trecce,
labbra, denti e occhi ebbri e seducenti,
teste e piedi, cintole e polsi e mani...
Bada a non imbarazzarti per tutto ciò,
ma fatti coraggio e scovane il significato:
non t’impigliare nell’aspetto delle espressioni
se sei tra coloro che san capire quel che indicano!
Purifica il tuo sguardo se vuoi veder la purezza,
va via dalla buccia se vuoi vedere il nocciolo:
se non distogli lo sguardo dagli aspetti esteriori
come potrai diventare un conoscitore di misteri?
Poiché ciascuna di queste parole ha un’anima
e sotto ognuna di esse v’è un mondo…
Tu cerca l’anima loro e passa via dal corpo,
lascia perdere il nome e ricerca il nominato:
non tralasciare alcun dettaglio,
finché diverrai compagno a Verità.


CARMINA BURANA
(XIII secolo)

IN TABERNA QUANDO SUMUS
In taberna quando sumus,
non curamus quid sit humus,
sed ad ludum properamus,
cui semper insudamus.
Quid agatur in taberna,
ubi nummos est pincerna,
hoc est opus ut queratur:
si quid loquar audiatur.

Quidam ludunt, quidam bibunt,
quidam indiscrete vivunt.
Sed in ludo qui morantur,
ex his quidam denudantur,
quidam ibi vestiuntur,
quidam saccis induuntur.
Ibi nullus timet mortem,
sed pro bacho mittunt sortem.

Primum pro nummata vini:
ex hac bibunt libertini.
semel bibunt pro captivis,
post hec bibunt ter pro vivis,
quater pro christianis cunctis,
quinquies pro fidelibus defunctis,
sexies pro sororibus vanis,
septies pro militibus silvanis,

octies pro fratribus perversis,
novies pro monachis dispersis,
decies pro navigantibus,
undecies pro discordantibus,
duodecies pro penitentibus,
tredecies pro iter agantibus.
Tam pro Papa quam pro Rege
bibunt omnes sine lege.

Bibit hera, bibit herus,
bibit miles, bibit clerus,
bibit ille, bibit illa,
bibit servus cum ancilla,
bibit velox, bibit piger,
bibit albus, bibit niger,
bibit constans, bibit vagus,
bibit rudis, bibit magus,

bibit pauper et egrotus,
bibit exul et ignotus,
bibit puer, bibit canus,
bibit presul et decanus,
bibit soror, bibit frater,
bibit anus, bibit mater,
bibit ista, bibit ille,
bibunt centum, bibunt mille.

Parum sexcente nummate durant,
cum immoderate bibunt omnes sine meta.
Quamvis bibani mente leta,
sic nos rodunt omnes gentes,
et sic erimus egentes.
Qui nos rodunt confundantur
et cum iustis non scribantur.

TRADUZIONE

Quando siamo in osteria
La realtà se ne va via
Ma al gioco ci affrettiamo
Per il quale noi impazziamo
Ciò che accade all'osteria
Dove il soldo fa allegria
Questa è cosa interessante
Ascoltate a orecchie attente:

C'è chi gioca e c'è chi beve
chi indecentemente vive
C'è chi è vittima del gioco
E a chi resta niente o poco
C'è chi n'esce riverito
Chi di sacco è rivestito.
Lì nessun teme la morte
Ma per Bacco sfida sorte.

Brindiam a chi paga i vini
Poi beviam coi libertini
Un bicchier al carcerato
E poi tre per il creato
Quattro per tutti i cristiani
Cinque per i morti anziani
Sei per l'uom con l'armatura
Sette per la donna impura.

Otto ai figliuol perversi
Nove ai monaci dispersi
Dieci per i naviganti
Undici per i litiganti
Dodici per i penitenti
Tredici per i partenti
Per il papa o per il rege
Bevon tutti, sine lege.

Il signor con le signore
Beve il clero e il cavaliere
Beve questo, beve quella
Beve il servo con l'ancella
Beve il vivo, beve il pigro
Beve il bianco, beve il negro
Beve il certo, beve il vago
Beve il tonto e beve il mago.

Beve il povero e il malato
Beve il triste e l'esiliato
Beve il bimbo con l'anziano
Beve il prete col decano
Il fratello e la sorella
L'ammogliata e la zitella
Beve questo, bevon quelle
Bevon cento, bevon mille.

Poco duran seicento denari,
se bevon tutti alla grande senza limiti.
Pur se bevon a mente lieta,
ci fan tutti torto, siamo così poveracci!
Chi ci sprezza sia confuso,
e fra i giusti non sia scritto.


MEVLANA JALALUDDIN RUMI
(Persia, 1207-1273)

MAGNETE DIVINO
Gioia non vidi in entrambi mondi,salvo te,
anima mia, molte meraviglie ho visto,
ma non vidi miracolo simile a te!
Dicono che sorte dei miscredenti è fuoco bruciante:
ma privo del fuoco tuo ho visto solo
Abù Lahab!
Alla finestra del cuore spesso ho accostato
l'orecchio dell'anima,molte parole ho sentito,
ma non ho sentito le labbra.
D'improvviso effondesti il favore tuo
sopra questo tuo servo, e io non ne vedo ragione
se non la tua grazia infinita.
O eletto coppiere, o gioia degli occhi miei,
a te simigliante nessuno apparve fra gli Arabi,
né fra i Persiani l'ho visto!
Versami tanto vino ch'io scenda giù da me stesso
perché nell'io, nell'essere, non ho trovato che pena.
O tu che sei zucchero e latte, o tu che sei
Sole e Luna, o tu che sei madre, sei padre,
non ho parenti che Te!
O indistruttibile amore, o menestrello divino,
sei tu appoggio, sei tu riparo,
non trovo nome a te pari!
Siamo frammenti d'acciaio e
l'amor tuo è calamita,
sei origine d'ogni attrazione,
ché in me attrazione non vedo!
Silenzio, fratello, abbandona scienza e finezza;
finché tu non parlasti finezza alcuna non vidi!


CECCO ANGIOLIERI
(Siena, 1260-1313)

RIME LXV
Tutto quest'anno ch'è, mi son frustato
di tutti i vizi che solìa avere;
non m'è rimasto se non quel di bere,
del qual me n'abbi Iddio per escusato,
ché la mattina, quando son levato,
el corpo pien di sal mi par avere;
adunque, di': chi si porìa tenere
di non bagnarsi la lingua e 'l palato?
E non vorrìa se non greco e vernaccia,
ché mi fa maggior noia il vin latino,
che la mia donna, quand'ella mi caccia.
Deh ben abbi chi prima pose 'l vino,
che tutto 'l dì mi fa star in bonaccia;
i' non ne fo però un mal latino.

SONETTO XCIV
Il pessimo e ‘l crudele odio, ch’i’ porto
a diritta ragione al padre meo,
il farà vivar di più, che Botadeo,
e di ciò, buon dì, me ne sono accorto.

Odi, Natura, se tu ha’ gran torto:
l’altrier li chiesi un fiasco di raspeo,
che n’ha ben cento cogna ‘l can giudeo,
in verità, vicin m’ebbe che morto.

"S’i’ gli avessi chèsto di vernaccia!
dissi’io, solamente a lui approvare:
sì mi volle sputar entro la faccia.

E poi m’è detto ch’i nol debbo odiare!
Ma chi sapesse ben ogni sua taccia
Direbbe: - Vivo il dovresti mangiare.


FOLGORE DA SAN GIMIGNANO
(San Gimignano-Siena, circa 1270-1332)

D’OTTOBRE
D'ottobre nel contado a buono stallo
e' pregovi, figliuol', che voi v'andiate;
traetevi buon tempo e uccellate
come vi piace, a piede ed a cavallo.
La sera per la sala andate a ballo,
e bevete del mosto e inebriate,
ché non ci ha migliore vita, in veritate;
e questo è ver come 'l fiorino è giallo.
E poscia vi levate la mattina,
e lavatevi 'l viso con le mani;
l'arrosto e 'l vino è buona medicina.
Alle guagnele, starete più sani
che pesce in lago o 'n fiume od in marina,
avendo miglior vita che cristiani.


ANGELO POLIZIANO
(Montepulciano-Siena, 1454-1494 )

STANZA 84
Mostronsi adorne le vite novelle
d'abiti varie e con diversa faccia:
questa gonfiando fa crepar la pelle,
questa riacquista le già perse braccia;
quella tessendo vaghe e liete ombrelle,
pur con pampinee fronde Apollo scaccia;
quella ancor manca piange a capo chino,
spargendo or acqua per versar poi vino.

Selezione di Vino Arte Poesia

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