CHARLES BAUDELAIRE (Parigi, 1821-1867)

IL VINO SOLITARIO
...o bottiglia profonda
i balsami penetranti che
il ventre fecondo
conserva per il cuore alterato
del poeta santo...


VELENO
Il vino sa rivestire il più sordido tugurio
d'un lusso miracoloso
e innalza portici favolosi
nell'oro del suo rosso vapore,
come un tramonto in un cielo annuvolato...

L'oppio ingrandisce le cose che già non hanno limite,
allunga l'infinito,
approfondisce il tempo, scava nella voluttà
e riempie l'anima al di là delle sue capacità
di neri e cupi piaceri.
Ma tutto ciò non vale il veleno che sgorga
dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi,
laghi in cui la mia anima trema specchiandovisi rovesciata...
I miei sogni accorrono
a dissetarsi a quegli amari abissi.Tutto questo non vale il terribile prodigio
della tua saliva che morde,
che sprofonda nell'oblio la mia anima senza rimorso,
e trasportando la vertigine,
la rotola estinta alle rive della morte!
(da I fiori del male)

IL VINO DEGLI STRACCIVENDOLI
Spesso, al chiarore rossastro d'un lampione
di cui il vento sbatte la fiamma e tormenta il vetro,
nel cuore d'un vecchio sobborgo,
labirinto fangoso dove l'umanità brulica in fermenti tempestosi,
vedi uno straccivendolo procedere,
dondolando la testa, incespicando e urtandosi ai muri come un poeta,
e, senza tener in alcun conto gli spioni, suoi sudditi,
dare tutto il suo cuore a gloriosi progetti.
Pronunzia giuramenti, detta leggi sublimi,
umilia i malvagi, solleva le vittime e s'inebria degli splendori
della propria virtù sotto il cielo sospeso come un baldacchino.
Sì, angustiati da pene famigliari, rotti dalla fatica e affranti dagli anni,
sderenati, piegati sotto una massa di rifiuti
che vomita confusamente l'enorme Parigi,
riemergono, odorosi di bótte,
seguiti da compagni incanutiti nelle battaglie,
i baffi pendenti come vecchie bandiere.
Gli stendardi, i fiori e gli archi trionfali
sorgono dinanzi a loro per solenne magia!
E nella splendente e assordante orgia delle trombe,
del sole, delle grida e dei tamburi
riportano la gloria a un popolo ebbro d'amore!
È così che, sfolgorante Pàttolo,
il vino fa fluire l'oro in mezzo alla vana Umanità;
attraverso la gola dell'uomo canta
le sue prodezze e regna per mezzo dei doni
come fanno i veri re.
A spegnere il rancore e cullare l'indolenza di tanti vecchi che muoiono,
maledetti, in silenzio, Dio, preso dal rimorso,
creò il sonno; l'Uomo ha aggiunto il Vino, figlio sacro del Sole!
(da I fiori del male)

IL VINO DELL’ASSASSINO
Mia moglie è morta, e son libero!
Posso bere finalmente a sazietà.
Quando rientravo senza un soldo
Con le sue grida mi straziava l'anima.

Or mi sento felice come un re:
L'aria è pura e il cielo splendido...
Era proprio un'estate così
Quando m'innamorai di lei.

Per placare questa sete che mi strazia
ci vorrebbe tanto vino quanto
può contenerne la sua tomba;
e non è dir poco.

Perché io l'ho buttata in fondo a un pozzo,
E in più le ho gettato addosso
Tutte le pietre del parapetto.
Potrò dimenticarla?

In nome dei profondi giuramenti
Da cui nulla ci può mai slegare,
Per tornare ad amarci
Come al tempo delle nostre ebbrezze,

L'ho supplicata di trovarci ancora,
Di notte, in una strada solitaria.
Lei è venuta, pazza creatura!
Siamo tutti un po' pazzi a questo mondo!

Era ancora carina,
Sebbene un po' sfiorita,
Ed io l'amavo troppo, e allora le ho detto:
Esci da questa vita!

Nessuno può capirmi: forse che
Un di quei tanti stupidi beoni
Ha mai pensato in qualche notte d'incubo
Di trasformare il vino in un sudario?

Tutti questi cialtroni invulnerabili,
Fantocci di ferro
Mai e poi mai, né d'estate né d'inverno,
Han conosciuto il vero l'amore,

Con i suoi neri incantesimi,
L'infernale suo seguito di allarmi
Le fiale di veleno, le sue lagrime,
Gli stridor di catene e di ossami!

-Eccomi libero e solo!
Questa sera sarò ubriaco fradicio;
E allora, senza tema né rimorso,
Mi sdraierò sul suolo,

E dormirò come un cane!
Un carro con le sue pesanti ruote,
Carico di pietre e fango,
O un treno furioso, se vuole

Potrà schiacciar la mia testa colpevole
O anche tagliarmi a metà:
Io me ne infischio del Signore,
Del Diavolo, e di tutti i Sacramenti! 
(da I fiori del male)

L’ANIMA DEL VINO
Nelle bottiglie l'anima del vino
una sera cantava: "Dentro a questa
mia prigione di vetro e sotto i rossi
suggelli, verso te sospingo, o caro
diseredato, o Uomo, un canto pieno
di luce e di fraternità. So bene
quanta pena, sudore, e quanto sole
cocente, sopra la collina in fiamme,
son necessari per donarmi vita
ed infondermi l'anima. Ma ingrato
non sarò, né malefico, ché provo
immensa gioia quando nella gola
cado d'un uomo usato dal lavoro:
il suo petto per me è una dolce tomba
e mi ci trovo meglio che nel freddo
delle cantine. Odi risuonare
i ritornelli delle tue domeniche
e la speranza che bisbiglia dentro
al mio seno che palpita? Coi gomiti
sopra il tavolo mentre ti rimbocchi
le maniche, mi vanterai e contento
sarai: della tua donna affascinata
accenderò lo sguardo; robustezza
ridarò a tuo figlio e i suoi colori,
e sarò per codesto esile atleta
della vita, l'unguento che rafforza
i muscoli dei lottatori. In te
cadrò, ambrosia vegetale, grano
prezioso, sparso dal Seminatore
eterno, perché poi dal nostro amore
nasca la poesia che a Dio rivolta
spunterà in boccio come un raro fiore. 
(da I fiori del male)


GIUSEPPE GIUSTI
(Monsummano-Pistoia, 1809-1850)

IL BRINDISE DI GIRELLA
Dedicato al signor di Talleyrand buon'anima sua
Girella (emerito
Di molto merito),
Sbrigliando a tavola
L’umor faceto,
Perde la bussola
E l’alfabeto;

E nel trincare
Cantando un brindisi,
Della sua cronaca
Particolare
Gli uscì di bocca
La filastrocca.

Viva Arlecchini
E burattini
Grossi e piccini:
Viva le maschere
D’ogni paese;
Le Giunte, i Club, i Principi e le Chiese.

Da tutti questi
Con mezzi onesti,
Barcamenandomi
Tra il vecchio e il nuovo,
Buscai da vivere,
Da farmi il covo.
La gente ferma,

Piena di scrupoli,
Non sa coll’anima
Giocar di scherma;
Non ha pietanza
Dalla Finanza.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva i quattrini!
Viva le maschere
D’ogni paese,
Le imposizioni e l’ultimo del mese.

Io, nelle scosse
Delle sommosse,
Tenni, per ancora
D’ogni burrasca,
Da dieci o dodici
Coccarde in tasca.
Se cadde il Prete,

Io feci l’ateo,
Rubando lampade,
Cristi e pianete,
Case e poderi
Di monasteri.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Giacobini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Loreto e la Repubblica francese.

Se poi la coda
Tornò di moda,
Ligio al Pontefice
E al mio Sovrano,
Alzai patiboli
Da buon cristiano.
La roba presa
Non fece ostacolo;
Ché col difendere
Corona e Chiesa,
Non resi mai
Quel che rubai.

Viva Arlecchini
E burattini,
E birichini;
Briganti e maschere
D’ogni paese,
Chi processò, chi prese e chi non rese.

Quando ho stampato,
Ho celebrato
E troni e popoli,
E paci e guerre;
Luigi, l’Albero,
Pitt, Robespierre,
Napoleone,
Pio sesto e settimo,
Murat, Fra Diavolo,
Il Re Nasone,
Mosca e Marengo;
E me ne tengo.

Viva Arlecchini
E burattini,
E Ghibellini,
E Guelfi, e maschere
D’ogni paese;
Evviva chi salì, viva chi scese.

Quando tornò
Lo statu quo,
Feci baldorie;
Staccai cavalli,
Mutai le statue
Sui piedistalli.
E adagio adagio
Tra l’onde e i vortici,
Su queste tavole
Del gran naufragio,
Gridando evviva
Chiappai la riva.

Viva Arlecchini
E burattini;
Viva gl’inchini,
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva il gergo d’allora e chi l’intese.

Quando volea
(Che bell’idea!)
Uscito il secolo
Fuor de’ minori,
Levar l’incomodo
Ai suoi tutori,
Fruttò il carbone,
Saputo vendere,
Al cor di Cesare
D’un mio padrone
Titol di Re,
E il nastro a me.

Viva Arlecchini
E burattini
E pasticcini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La candela di sego e chi l’accese.

Dal trenta in poi,
A dirla a voi,
Alzo alle nuvole
Le tre giornate,
Lodo di Modena
Le spacconate;
Leggo giornali
Di tutti i generi;
Piango l’Italia
Coi liberali;
E se mi torna,
Ne dico corna.

Viva Arlecchini
E burattini,
E il Re Chiappini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
La Carta, i tre colori e il crimen laesae.

Ora son vecchio;
Ma coll’orecchio
Per abitudine
E per trastullo,
Certi vocaboli
Pigliando a frullo,
Placidamente
Qua e là m’esercito;
E sotto l’egida
Del Presidente
Godo il papato
Di pensionato.

Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.

Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti.

Viva Arlecchini
E burattini,
E gl’indovini;
Viva le maschere
D’ogni paese.
Viva Brighella che ci fa le spese.

 

 

EMILY DICKINSON (Massachusetts-Stati Uniti, 1830-1886)

 

L’IMPOSSIBILITA’, COME IL VINO
L'impossibilità, come il vino
eccita l'uomo
che l'assapora; la possibilità
è insipida - aggiungi

Una pur pallida traccia di rischio
e nel sorso di prima
un incantesimo produce l'ingrediente
certo come una condanna.

NOI, L’APE E IO, VIVIAMO PER TRACANNARE

Noi - l'ape ed io - viviamo per tracannare.
Non è tutto vino del Reno - il nostro.
La vita ha la sua birra
ma sono molte le ballate della vaga Borgogna
che cantiamo - per tenerci su - quando il vino manca.

Ci "ubriachiamo"?
Chiedetelo ai giocondi trifogli!
"Picchiamo" le nostre "mogli"?
Io non sono sposato.
L'ape brinda alla sua - con minuscole caraffe -
deliziose - come i riccioli - sull'agile testa di lei.

Finché scorre il Reno -
lui ed io - faremo festa
primi al tino e ultimi alla vite.
L'acme - la nostra ultima coppa.
"Trovati morti di nettare".


PORTO UN INCONSUETO VINO
Porto un inconsueto vino
a labbra da tempo inaridite
vicino alle mie,
e le invito a bere;

screpolate dalla febbre, provano,
io distolgo i miei occhi traboccanti,
e torno dopo un'ora per controllare.

Le mani ancora stringono il tardivo bicchiere -
le labbra che avrei voluto rinfrescare, ahimè -
sono così esageratamente fredde -

Vorrei tanto tentare di scaldare
quei cuori dove il gelo si è insediato
da secoli sottoterra.

Alcuni altri assetati potrebbero esserci
che per questo vorrebbero rivolgersi a me
se potessero parlare,

E così porto sempre la coppa
se, per caso, mia potesse essere la goccia
che spenga la sete di qualche pellegrino.

Se, per caso, qualcuno mi dicesse
"Al piccolo, a me", (*)
quando alla fine mi risveglierò.
(*) Matteo 25,40

E il Re risponderà loro: "In verità vi dico: ogni volta che avete fatto questo
a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatto a me.


STEPHANE MALLARME’
(Parigi, 1842-1898)

BRINDISI
Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.

Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io di già sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto di lampi e d'inverni;
una bella ebbrezza mi spinge
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi
solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.



PAUL VERLAINE
(Metz-Francia, 1844-1896)

VENDEMMIA
A Georges Rall
Tutto quello che canta nella testa
quando la memoria s'allontana
ascoltate, e' il sangue che fa festa...
O musica discreta e lontana!
Ascoltate! Il sangue piange, e' lui,
non appena l'anima e' fuggita,
con voce sino allora inaudita
e che ben presto ritornera' muta.
Fratello al sangue della vigna rosa
fratello al vino della vena nera,
o vino, o sangue, oh apoteosi!
Canto e pianto! Scacciate la memoria
e l'anima, e all'orlo delle tenebre
magnetizzate le povere vertebre.

 

LORENZO STECCHETTI – Olindo Guerrini (Forlì, 1845-1916)

XVIII
Io non voglio saper quel che ci sia
Sotto la chioma al bacio mio donata
E se nel bianco sen, ragazza mia,
Tu chiuda un cor di santa o di dannata.
Che cosa importa a me se una bugia
Tra una promessa e l'altra t'è scappata?
Che cosa importa far la notomia
A quell'ora d'amor che tu m'hai data?
Non cercherò se dentro al vin bevuto
Ci fosse qualche droga forestiera:
Il tuo vino era buono e m'è piaciuto.
Io non voglio saper quanto sei casta:
Ci amammo veramente un'ora intera,
Fummo felici quasi un giorno e basta.


WILLIAM ERNEST HENLEY
(Gloucester-Gran Bretagna, 1849-1903)

 

IO SONO BELLEZZA E AMORE
Io sono bellezza e amore;
io sono amicizia, tuo conforto;
io sono colui che dimentica e perdona.
Lo spirito del Vino.


GIOSUE’ CARDUCCI
(Valdicastello-Lucca, 1855-1907)

 

BRINDISI
Evoe, Lieo: tu gli animi
Apri, e la speme accendi.
Evoe, Lieo: ne’ calici
Fuma, gorgoglia e splendi.

Tenti le noie assidue
Co’ vin d’ogni terreno
E l’irrompente nausea
Freni con l’acre Reno.

Chi ne le cene pallide
Cambia le genti e merca
E da i traditi popoli
Oro ed infamia cerca:

A noi conforti l’anime
Pur contro a’ fati pronte
Il vin dè colli italici
Ove regnò Tarconte...
(da Juvenilia, XCIV

E POICHE’ IL VINO C’ERA
...e poiché il vino c'era
riempii la mia coppa.
Come pazzo cantando attesi
l'alba lunare:
a canzone finita i miei sensi
se n'erano andati.
(da Ritmi e rime

SAN MARTINO
La nebbia a gl'irti colli 
piovigginando sale, 
e sotto il maestrale 
urla e biancheggia il mar; 

ma per le vie del borgo 
dal ribollir de' tini 
va l'aspro odor de i vini 
l'anime a rallegrar. 

Gira su' ceppi accesi 
lo spiedo scoppiettando: 
sta il cacciator fischiando 
sull'uscio a rimirar 

tra le rossastre nubi 
stormi d'uccelli neri, 
com'esuli pensieri, 
nel vespero migrar. 


JOHN KEATS
(Inghilterra, 1795-1821)

DATEMI BACCO, TABACCO E VENERE
Datemi bacco, tabacco e venere
Finché non dica: "Basta, sono in cenere",
E datemene senza farmi un'obiezione
Fino al giorno della resurrezione:
Ché, perdio, questa sola sarà
La mia amata trinità.


GIOVANNI PASCOLI
(San Mauro di Romagna-Forlì, 1855-1912)

 

CONVIVIO
O convitato della vita, e'l'ora.
Brillino rossi i calici di vino;
tu ne' bramoso più, ne' sazio ancora,
lascia il festino.
Splendano d'aurea luce i lampadari,
fragri la rosa e il timo dell'Imetto,
sorrida in cerchio tuttavia di cari
capi il banchetto:
tu sorgi e... Triste, su la mensa ingombra,
delle morenti lampade lo svolo
lugubre, lungo! triste errar nell'ombra,
ultimo, solo!.
(da Myricae)

I TRE GRAPPOLI
Ha tre, Giacinto, grappoli la vite.
Bevi del primo il limpido piacere;
bevi dell'altro l'oblio breve e mite;
e... più non bere:
ché sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto
nel nero sonno vigila, da un canto,
sappi, il dolore; e alto grida un muto
pianto già pianto.
(da Myricae)

LA VENDEMMIA   I
Una vendemmia fa, così, piacere!
Nemmeno un chicco marcio nella pigna.
E tutte pigne, salde fisse nere.

Uva d'alberi, e pare uva di vigna.
Ma qui ci son d'agosto le cicale
da levar gli occhi! qui la vite alligna!

Porta il bigoncio. È pieno.
Avessi l'ale!
Avessi l'ale d'una rondinella!
Il nido lo farei nel tuo guanciale.

- Guarda: la vespa vuole la più bella.
- L'ape fa il miele, eppur le basta un fiore,
fior di trifoglio, fior di lupinella.

- Ha fatto buono all'uva lo stridore
di tutta estate. - Ciò che fa per l'una,
non fa per l'altro. - Ora, contava l'ore.

"Qua le canestre, donne".
- O bella bruna!
Quando nascesti, in cielo una campana
sonava sola, al lume della luna.

- Questa la stenderete sull'altana:
è troppo bella per andar nel tino.
- Ma anche quello è come vin di grana!

- Non ci fu piogge, non ci fu lo strino.
- Portate bere. Molto all'uva aggrada
sentirsi in viso l'alito del vino.

- Pigia il bigoncio un po'.
- "Sono in istrada,
E che mi dài, che mi conviene andare?"
"Un bacio in bocca, perché tu non vada".

- La paradisa ha pigne lunghe e chiare,
e tutti d'oro sono i chicchi, e hanno
il sole dentro, il sole che traspare.
- Rigo, di tutte queste qui, si fanno
cipelle, acché, tu con la moglie accanto,
ne mangi all'alba, il primo dì dell'anno.

L'uva vuol dire il buono, il bello, il tanto.
E porta bene, o Rigo.
- Ho contro, io sento,
fin le finestre, e quando passo e canto,
si chiudono da loro senza vento.

II
Così staccavi la dolce uva, alfine,
co' tuoi vicini, ché i vicini sono
mezzo parenti, e con le tue vicine,

o Rigo. Il tempo era da un pezzo al buono,
e la vendemmia si cocea matura
anche a bacìo; quando sentisti un tuono.

Dicesti: il bello è bello, ma non dura.
E vendemmiasti. Ed era un giorno asciutto,
si scivolava per la grande asprura,

cupo di vespe era un ronzìo per tutto,
calda era l'uva e, nei bigonci ancora,
rendeva già l'odor del mosto e il flutto.

La gente era venuta sull'aurora
quando la guazza o la nebbietta inerte
vapora in cielo, e il cielo si colora.

Allor le donne ascesero per l'erte,
parlando basso, e recideano a prova
le pigne con le piccole ugne esperte.

Le recideano al nodo che si trova
a mezzo il gambo. Le galline intorno
bandian l'annunzio, ad or ad or, dell'ova.

Ma crebbe il vario favellìo col giorno.
Montava, per tagliare le pinzane,
un giovinetto sul pioppo e sull'orno.

Cantava poi, quand'erano lontane
le donne, quando in una sua cestella
portava il vino Violetta e il pane.

Ell'era in casa della sua sorella
da un mese e più; ma stava per tornare
a casa sua, più pallida e più bella.

"C'è tempo:" Rigo alla gentil comare
diceva "addietro è là da voi la vite.
Poi verrò io: non c'è di mezzo il mare".

Era un piacere rivederle unite
le due sorelle al solito lavoro!
Ma quelle sere, nell'ottobre mite,
anche si dava che piangean tra loro.

III
Erano quella sera alla finestra.
Salìano gli uni coi bigonci pieni,
l'altre scendean con vuota la canestra.

Parlavano nel lungo va e vieni,
alto, ché in loro anche parlava il vino.
"Si vuol finire, prima che si ceni".

"Non resta che il filare qui vicino.
Saranno due bigonci o tre; ma un poco,
perché li tenga, vuol pigiato il tino".

Il cielo già si colorava in fuoco.
Al colmo tino il giovinetto snello
si lanciò su, come a provar per gioco.

Stette sull'orlo un poco in piedi, bello,
raggiante tutto del suo bel domani,
a braccia spante, simile a un uccello.

Poi si chinò, s'apprese con le mani
all'orlo, e dentro, fra le pigne frante
tuffò le gambe e sul crosciar dei grani.

Il rosso mosto risalì spumante
sopra i garretti; ed ei girava a tondo
premendo coi calcagni e con le piante.

E il sole rosso illuminava il biondo
vendemmiatore; ed ecco, da un remoto
canto del cielo un tintinnio giocondo.

Uno, dal cielo, accompagnava il moto
dei piedi suoi, di su quei rosei fiocchi,
picchiando in furia sur un bronzo vuoto...

L'altro moveva rapidi i ginocchi
sul rosso mosto, anche movea la testa
ben in cadenza, il sole in mezzo agli occhi.

Ma era un suono di campane a festa.
E quei pigiava; quando, all'improvviso,
Rosa lassù, Rosa, già muta e mesta,

si levò su, molle di pianto il viso,
con un singhiozzo, e Violetta, china
a guardar fuori immersa in un sorriso
si volse bianca, e mormorò: Rosina!
(da Nuovi Poemetti)

(Selezione di Vino Arte Poesia)

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